sabato 7 settembre 2019

Caffettiera Top Moka - test di estrazione (comparativo)

Giorni fa sono entrato in possesso momentaneo di una bella caffettiera Top Moka.
Diciamo che l'ho presa in prestito da mia sorella, e mio malgrado dovrò tornargliela!
Questa caffettiera è un modello personalizzato per la torrefazione Primo Aroma di Trieste (click sul link) .

Sono anni che vedo in vendita queste caffettiere ma non mi era mai capitata l'occasione di provarne una: per questo motivo ho messo da parte la mia pigrizia e mi sono impegnato in una prova comparativa con la Moka Bialetti e la Moka Alessi.

Ecco com'è andata:



La prima comparazione l'ho effettuata tra la Alessi e la Top Moka.
Come sempre i parametri fissi sono gli standard da me applicati nei test fatti in precedenza: 

150 cc di acqua
Temperatura dell'acqua iniziale ambiente (ieri 25 °c)
15 grammi di caffè
fiamma al massimo


Notate la conformazione diversa del filtro (a sinistra la Top Moka).



Altro parametro fisso è la rilevazione del tempo e della temperatura della prima uscita del caffè dal camino e del temine della fase vulcaniana (il borbottìo).


Fase
T1 °C
T2°C
Tempo sec.
Uscita dal camino
56,7
62,1
2:42
Termine estrazione
70,0
83,7
3,25



Fase
T1 °C
T2°C
Tempo sec.
Uscita dal camino
65,8
75,6
3:23
Termine estrazione
78,9
89,1
4,07

Mi sono quindi chiesto quale impatto poteva avere il filtro di diversa conformazione e quindi ho provato il filtro Alessi nella Top Moka, con i seguenti risultati:




Fase
T1 °C
T2°C
Tempo sec.
Uscita dal camino
60,8
67,5
3:34
Termine estrazione
71,3
88,6
4,12

L'ultima prova ovviamente ho dovuta farla con la classica Moka Bialetti.



Fase
T1 °C
T2°C
Tempo sec.
Uscita dal camino
65,9
70,6
4:01
Termine estrazione
74,8
95,2
4,39

Analisi dei risultati:
Interessante questa Top Moka: si pone a metà strada tra la Bialetti e l'Alessi.
La temperatura di estrazione è molto buona, la qualità costruttiva pure.
Il prezzo non è eccessivo, secondo me è una macchina da avere in casa.

Perchè avere caffettiere diverse della stessa capienza (tre tazze in questo caso)?
Questione di temperatura.
In base al caffè che utilizzate dovreste trovare la caffettiera più performante.
In special modo se variate spesso caffè e con coraggio vi addentrate nel mondo dei mono origine o addirittura specialty, ecco che in base alle caratteristiche di tostatura e provenienza può risultare indispensabile poter estrarre a temperature diverse.

Per esempio un Sidamo etiope tostato chiaro si sposa egregiamente con la Bialetti.
Un sudamericano tostato medio scuro (full city per capirci) va benissimo con la Top Moka.
Una miscela scura "classica italiana" tipo il Lavazza Rosso trova la perfetta estrazione con la Moka Alessi.

Il filtro a cestello di diversa conformazione non incide un granchè, ma per modificare di quel mezzo grado di temperatura potrebbe essere interessante averne un paio di scorta.

martedì 13 agosto 2019

Renato Bialetti intervistato nel 1967!

 Ringrazio Mauro per la gradita sorpresa:
una foto inaspettata!

Ma avrei potuto pubblicarla così senza renderla fruibile a tutti?
No.
E quindi buona lettura: i più attenti comunque scopriranno piccole incongruenze con quanto già conosciuto.

Due dati estremamente interessanti:
  1. la data di creazione della moka (dichiarata in quell'anno) era il 1935 (e potrei finalmente crederci..)
  2. 70.000 moke prima serie prodotte in dieci anni (ho già commentato queste cifre fantasiose)

 Consiglio caldamente la visione del sito di Mauro e se per caso passate da Kiel, visitate la sua mostra dedicata alle caffettiere.

 

 

BIALETTI ha scoperto il tesoro in una caffettiera

Ricordo che quando andavo a scuola e mi cadeva la matita, c'era sempre un compagno di banco pronto a raccattarla. Allora non capivo perché, l'ho capito più tardi. Ci sono individui nati per comandare agli altri: senza che lo chiedano, forse per virtù del magnetismo che sprigionano, trovano sempre qualcuno che si china a raccattare la matita per loro. Nel corso della mia vita, questa storia della matita si è ripetuta spesso. » Con queste parole, Renato Bialetti
 spiega la sua riuscita di « re della caffettiera »: era predestinato, è nato con lo scettro in mano. Bialetti
 è alto un metro e ottantaquattro, ha una zazzera sale e pepe che gli ricopre le orecchie, un paio di baffoni alla mugico
, la faccia che quando ride gli si solca di rughe, gli occhi maliziosi 

e il nasone da gaudente. Nell'aspetto, nel modo di vestire, negli atteggiamenti estrosi, si rivela come un anticonformista e un ribelle. Il lavoro lo inchioda nel suo stabilimento, ma la tentazione di evadere da quella prigione di vetro, alla scoperta di gente nuova e di cose nuove, lo rende irrequieto e scontento.
 Gratta gratta, sotto la scorza dell'industriale c'è il beatnik. Non per niente suo nonno era un mercante girovago. Quando ha organizzato la sua azienda con criteri d'avanguardia, Bialetti
 sperava di piazzare nei posti direttivi alcuni funzionari e di abbandonare nelle loro mani tutte le responsabilità. Così avrebbe potuto andarsene a zonzo, a soddisfare la gran smania di libertà che gli serpeggia addosso. « Ma dopo avere organizzato tutto », dice, « ho capito che senza di me niente avrebbe potuto funzionare. Ed
 eccomi qui, chiuso in trappola. » Ogni tanto, però, lo zingaro ha il sopravvento sul capitano d'industria. Allora, al volante di una delle sue poderose automobili (ha due Rolls
 Royce, una Bentley, una Maseratie una Ferrari), si dà alla fuga e viaggia a velocità
 pazzesca senza meta: qualche volta si ferma in una modesta osteria di campagna a bere un bicchiere di buon barbera, qualche
 altra lascia la macchina in un aeroporto, sale su un jet e va a farsi il bagno alle Bahamas. Bialetti
 è nato quarantaquattro anni fa a Casale Corte Cerro, in provincia di Novara, a un chilometro e mezzo da Omegna, dove ora sorge il suo stabilimento, una costruzione dí
 sbalorditiva modernità, trasparente, fatta di alluminio e cristallo.
 l'unico maschio di quattro figli. Suo padre, Alfonso, che sta per compiere ottant'anni, ha fatto l'operaio fonditore e poi l'artigiano, padrone a Omegna dí
 una piccola fonderia dove si costruivano pistoni di automobile, carters
 di motociclette e altri pezzi meccanici. È stato lui a « inventare » nel 1935 la famosa Moka-Ex-press. Ma il lancio industriale di questo arnese, che è
una ingegnosa variante della tradizionale caffettiera napoletana, è merito del figlio ed è avvenuto nel dopoguerra, dopo discussioni e litigi familiari interminabili.
 "Mio padre", dice Renato Bialetti, " era un artista". Lavorava per la gloria, non per il guadagno. A diciott'anni, emigrato a Parigi, aveva imparato l'arte della fonditura in conchiglia, allora sconosciuta ín Italia. Era bravissimo, ma non sapeva badare ai suoi interessi. La sua più grande soddisfazione, la sera, andandosene a letto
, era di addormentarsi col sigaro in bocca, stringendo in mano uno dei pezzi "difficili" usciti dalla fonderia. Io ero un ragazzo, ma capivo già che le ambizioni artistiche non danno la ricchezza a chi non
 ha la mentalità dell'uomo d'affari. Lo dicevo a papà, lui andava sulle furie, la discussione si inveleniva e io mi vedevo volare addosso martelli e tenaglie.
 Ma Renato Bialetti era nato per comandare e per imporsi anche al padre. Di studiare non gli andava. A scuola, durante le lezioni, il suo sguardo era costantemente rivolto oltre la finestra, verso il fondo valle. Al di là del quale c'era il mondo, pieno di tentazioni. Un giorno, stanco della scuola e dei libri, decise di piantarla lì e suo padre fu costretto a prenderlo con sé in bottega. Vi furono altri litigi, volarono altre tenaglie, lime e martelli. Alfonso Bialetti avrebbe voluto che suo figlio seguisse il suo esempio e se ne stesse tutto il giorno a lavorare al tornio o al forno. Invece Renato preferiva occuparsi della parte commerciale: scrivere e telefonare ai fornitori e ai clienti, spedire le fatture, contrattare l'acquisto dei materiali, fare la contabilità, tener d'occhio le scadenze delle cambiali e badare agli incassi.  Per mio padre , racconta,  queste operazioni erano inutile burocrazia. Io gli davo delle rispostacce, lui mi scagliava gli attrezzi addosso, e allora infilavo
 la porta e per tre o quattro giorni non mi facevo vedere a casa. Andavo vagabondando lungo il lago o su per la montagna, a mangiare e a bere con gli amici. Però capivo che nella bottega dí
 papà c'era la mia fortuna, che il lavoro si sarebbe potuto sviluppare, che con un po' di organizzazione e dí senso degli affari si sarebbero potute fare grandi cose. Tornavo in bottega, cercavo di convincere mio padre, ricominciavano le discussioni e i bisticci e ío
 di nuovo filavo via. Così ho tirato avanti fino al servizio militare. Renato Bialetti, chiamato alle armi nel 1942, fu assegnato al reparto ordinanze della scuola di guerra dí
 Torino, come palafreniere addetto ai cavalli degli ufficiali. Era al sicuro, non sarebbe andato al fronte, però il lavoro di brusca e striglia non
 lo entusiasmava. Si diede da fare in fureria, ottenne l'incarico di attendente e andò a lavare piatti in casa di un capitano. Neppure lavare piatti era un'incombenza attraente. Allora Bialetti diede a intendere alla moglie dell'ufficiale di essere figlio díun industriale, futuro erede di un'officina con 500 operai. Da quel momento, i piatti li lavò la signora. Questa vita beata cambiò bruscamente l'8 settembre 1943. Bialetti, catturato dai tedeschi, si ritrovò in un vagone piombato diretto in Germania. Trascorse sei mesi in un campo di concentramento della Prussia
 Orientale, poi fu spedito in un campodi lavoro a Tilsitt, in Lituania, a raccogliere patate e barbabietole. In seguito, fu inviato a imbullonare traversine lungo le linee ferroviarie, ma convinse í
 suoi guardiani a dargli un incarico più confortevole e venne assegnato a un lavoro d'ufficio, in una stazione ferroviaria. A questo punto , dice Bialetti, cominciai a far carriera. Conquistai le simpatie del capostazione, e gli chiesi un permesso per andare a fare compere in città. Andai a fare una visitina nel lager dei prigionieri angloamericani, strinsi subito amicizia e ne uscíí rimpinzato di sigarette, caffè e cioccolato. Allora pensai di barattare questi generi di conforto coi tedeschi. In cambio di un pacchetto di sigarette o di una stecca di cioccolato, chiesi
 tre filoni di pane. Poi tornai dagli angloamericani a contrattare l'affare inverso: in cambio di un filone di pane, tre pacchetti di sigarette o tre stecche di cioccolato. Ormai avevo trovato il modo di lanciarmi nell'attività commerciale. Bialetti regalò al capostazione caffè e cioccolato e ottenne così altri permessi. Questo gli diede modo di prendere contatto anche coi prigionieri russi che lavoravano nei magazzini di vestiario. Cedendo loro pane, sigarette, caffè e cioccolato, ebbe in cambio scarpe, stivali e altri indumenti. Con questa merce, si recò in una fabbrica di zucchero dove lavoravano gli italiani e si fece dare zucchero
, che cedette ai civili lituani in cambio di 'un abito e di un cappotto. Rivestito a nuovo da capo a piedi
, acquistò l'aspetto di un personaggio autorevole. Persino il comandante del lager, dove andava a dormire ogni notte, cominciò a trattarlo con riguardo. Avevo capito il trucco per farmi rispettare , dice Bialetti, e da quel giorno ho avuto mano libera per i miei piccoli traffici fino alla fine della guerra.  Renato Bialetti, rientrato in Italia, riprese il lavoro nella piccola officina paterna. E di nuovo, tra padre e figlio, ricominciarono le discussioni e i litigi. Ma io ero più uomo, l'esperienza fatta in Germania mi aveva temprato e papà non aveva più tanta forza di opporsi ai miei progetti. La spuntai e mio padre si convinse che avremmo potuto far fortuna costruendo un solo prodotto: la nostra caffettiera. In dieci anni, ne avevamo vendute 70 mila. Io volevo venderne milioni ». A bordo di una Millecento, il reduce dei lager tedeschi fece il suo primo giro di affari in Piemonte e in Lombardia, portando con sé la futura moglie, Elisa. « La sua caffettiera è una porcheria », gli dicevano i negozianti. « Lei la provi », rispondeva lui,  e poi mi saprà dire ». Alla fine del 1946, Renato Bialetti aveva venduto 12mila caffettiere. L'anno dopo ne vendette 36
 mila. Nel 1948, le vendite salirono a 100 mila pezzi.  "Ormai ero sicuro di tenere in pugno il successo. Allora decisi di farmi prestare un milione, in parte dalle banche, in parte
 dai fornitori, e con quei soldi comperai la baracca dove mio padre aveva impiantato l'officina." Liberati dal peso dell'affitto e padroni del terreno, avremmo potuto sviluppare gli impianti, aumentare la produzione e in un secondo tempo incrementare le vendite. Occorreva creare una rete di distribuzione, disseminando rappresentanti in tutta Italia. Così ho fatto », dice Bialetti, e eil resto è venuto da sé ». Da sette operai, quanti ne impiegava nel 1946, la fonderia Bialetti passò a cinquanta, poi a cento, poi a duecento e così via. La vecchia baracca di Alfonso Bialettisi gonfiò. Cominciò l'avanzata travolgente delle Moka-Express. Martellanti campagne pubblicitarie, con slogans e bozzetti ideati da Renato Bialetti
, vennero lanciate sui giornali, alla radio, infine alla televisione. Da 100 milioni, il budget pubblicitario dell'officina Bialetti salì via via a 400, portando una valanga dì lavoro. Per far fronte alle richieste non bastavano più le vecchie attrezzature artigianali. Occorreva costruire di sana pianta uno stabilimento.  I miei amici, racconta Renato Bialetti
,  mi dicevano che ero matto e che avrei fatto meglio a comperarmi la villa al mare. Ma io sapevo che lo stabilimento era una necessità. Indebitandomi sino ai capelli, ho iniziato la costruzione. Fatti i pilastri e le solette, mi sono accorto di essermi indebitato troppo. Allora mi sono fermato per un anno e mezzo, concedendomi un respiro per pagare almeno in parte i debiti. Poi, alleggerito, ho ripreso i lavori. Quando lo stabilimento ha cominciato a funzionare, ho fatto i conti e ho visto che i debiti erano saliti a un miliardo o giù di lì. E allora, cosa lavoro a fare?, mi sono detto. Ero scoraggiato, quasi quasi stavo per dar ragione a papà. Ma ormai non c'era altro rimedio: se volevo pagare i debiti dovevo fabbricare a tutta birra caffettiere, e vendere, vendere, vendere, senza fermarmi mai. E
 questa è ora la mia condanna . Al ritmo di due caffettiere al secondo, lo stabilimento Bialetti, che è un portento di automazione, scaraventa ogni anno sul mercato 4 milioni di caffettiere. Il 75
 per cento delle caffettiere vendute in Italia sono Moka-Express. Preso nella inesorabile spirale che lo condanna a fabbricare e a vendere, Bialetti ha costruito nel 1958 un secondo stabilimento e ha
 iniziato la produzione dì piccoli elettrodomestici: macina caffè, aspirapolvere, tritacarne, tostapane, bistecchiere, lucidatrici, da affiancare al poderoso esercito delle caffettiere. Anche questo stabilimento, come quello che fabbrica la Moka-Express, è un modello di architettura industriale. a
 Il luogo dove l'uomo lavora », dice Bialetti, a dev'essere allegro e confortevole, perché è qui che egli trascorre la maggior parte della sua vita. Perciò ho voluto che i miei stabilimenti fossero tali da rendere gioioso il lavoro. Sono un idealista. Mi sono sbagliato. Non avrei dovuto dimenticare che il lavoro è un castigo e non
 un premio. Quando avevo cinque anni, mi si disse che l'uomo non campa in eterno
 e la cosa mi fece grande impressione. Ora il pensiero che la vita finisce mi impressiona di meno, perché capisco quale grosso castigo sarebbe per me fabbricare in eterno caffettiere. Io non sono un patito del lavoro. Nella vita ho sempre fatto quel che mi sembrava più facile fare. Il difficile l'ho sempre scartato. Eppure faccio fatica lo stesso.  Bialetti rimpiange il tempo in cui era ragazzo e dalla finestra di scuola, mentre il maestro spiegavala lezione, egli guardava il fondo valle, al di là del quale immaginava un mondo meraviglioso, pieno di sorprese e di incanti. Ora è ricco, ha viaggiato, ha potuto scoprire il mondo, ma la gioia che, quand'era il figlio di un artigiano, gli davano le gite in bicicletta, ora
 non la prova più. Sognavo la libertà , dice, ed ecco cosa ho ottenuto tentando di conquistarla: sto tutto il giorno in ufficio e alla sera, quando me ne vado a casa, mi ritrovo in poltrona, come un rimbambito, a sognare la libertà.

 Giacomo Maugeri


.'

giovedì 25 luglio 2019

1917: un anno di pubblicità su "Numero"


Pochi giorni fa per una fortunata coincidenza ho avuto la fortuna di leggere per la prima volta in vita mia questa rivista :
NUMERO, settimanale umoristico illustrato (1914-1919)
 Tipografia BONA - TORINO - 1914-1919

Questa magistrale rivista satirica ebbe una grande influenza e documentò in modo efficace il periodo durante ed a ridosso della prima guerra mondiale.
Venne fondato da NINO CAIMI e da GOLIA (pseudonimo di EUGENIO COLMO inventato per lui dall'amico GOZZANO). Si alternarono sul palcoscenico di NUMERO circa 200 dei migliori illustratori dell'epoca con FILIBERTO SCARPELLI protagonista e capofila. Ma non si devono dimenticare CARLIN, SACCHETTI, BRUNELLESCHI, SERGIO TOFANO, BISCARETTI, BISI, DUDOVICH, NASICA, BOETTO, BONZAGNI, MUSINI , MAZZA,RODETTA, QUAGLINO, BOMPARD, ANGOLETTA, NINCHI, NIRSOLI, FIORINI, BISTOLFI, YAMBO, SINOPICO, ALEARDO TERZI, GUSTAVINO, MAUZAN,DUDREVILLE, KIERNEK, PORCHEDDU ed altri.I fascicoli erano tutti di poche pagine, senza numerazioni interne e lasciavano poco spazio ai testi essendo le figure e le graffianti illustrazioni sempre PROTAGONISTE con sullo sfondo la guerra, il potenti, i soprusi, le tragedie in chiave satirica e dolente. Sono sempre presenti anche piccole e gradevoli pubblicità in b/n..
(click per la fonte) 
Sfogliando la raccolta del 1917 ad un certo punto una piccola pubblicità mi ha colto di sorpresa:
 "Orso, la migliore delle caffettiere express (Figli di Silvio Santini Ferrara)"
Che grande emozione! 
Questa era una pubblicità sconosciuta per me, e soprattutto era una novità anche per il massimo esperto di caffettiere Ferraresi, il dott.Cavallaroni.
Sfogliando a caso le pagine, ho notato che quasi ogni settimana veniva pubblicata questa pubblicità, ma facendo ben attenzione ecco comparire altre inserzioni inaspettate:
il 25 marzo 1917, sul n°170 



 In hoc signo vinces
 frase latina, dal significato letterale: "in questo segno vincerai", traduzione del greco ἐν τούτῳ νίκα (letteralmente: "in questo vinci") (click per la fonte)
Qui si gioca sull'affinità tra il simbolo della "Figli di Silvio Santini", un orso, ed il simbolo della Grande Russia (sempre un orso)  (a riguardo consiglio vivamente la lettura di questo interessante articolo che ci racconta la storia dell'orso
Mihajl Potapovič (click sul link))
L'aspetto più interessante di questa pubblicità e di quelle successive è che la realizzazione delle stesse era affidata ai disegnatori delle vignette di cui era disseminata la rivista.
Per questo motivo possiamo notare un particolare che potrà far sorridere:
Nessun pubblicitario avrebbe mai disegnato una caffettiera in tal guisa: il tubicino in uscita è assente, manca una tazza di raccolta, ed il caffè ha una colorazione a dir poco..imbarazzante.
Posso credere comunque che si tratti di satira occulta, avendo divorato in due giorni ben tre raccolte annuali.
 
l'8 aprile 1917, sul n°172
Interessante vignetta ambientata in paradiso, riproposta dalla Lavazza ben 68 anni più tardi:
 
il 22 aprile 1917, sul n°174
 In questa vignetta vediamo due fanti in trincea prepararsi il caffè "colla meravigliosa macchina "ORSO" ".
Dubito fortemente che un fante avesse mai avuto la possibilità ed il tempo di prepararsi un caffè, forse al limite un ufficiale superiore, servito e riverito nelle sicure retrovie poste a decine di chilometri dalla prima linea.
 
il 13 maggio 1917, sul n°177
 Questa pubblicità sottintende ad un episodio di quell'anno: la chiamata (forzata) alle armi dei "ragazzi del '99" : Furono precettati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni. I primi contingenti italiani, 80 000 circa, furono chiamati nei primi quattro mesi del 1917, e frettolosamente istruiti, vennero inquadrati in battaglioni di milizia territoriale. Alla fine di maggio furono chiamati altri 180 000 (click per la fonte) 
 Ragazzini imberbi mandati a morire per la patria!
Nella  pubblicità il nonno ci dice che per fortuna gli è rimasto un ultimo nipote di 5 anni in grado di preparargli il caffè. Tutti gli altri sono al fronte..
 
il 13 maggio 1917, sul n°179
 Viene riproposta la pubblicità di aprile e, come vedremo anche più avanti, visto che il clichè era già pronto, bastava modificare la didascalia per rinnovarla.
Chissà se davvero il profumo di un buon caffè avrebbe spinto il soldato KuK a rischiare la vita per sorseggiarlo?

il 10 giugno 1917, sul n°181
 La stessa vignetta "riciclata" ora si intitola "in vista di Trieste".
Simpatica la precisazione :"si trova ovunque. Per speciale concessione si vende anche a chi non è in trincea!"
Il riferimento alla cruenta lotta va inteso alla 10° Battaglia dell'Isonzo:

Nel maggio 1917, mentre era ancora in corso, nello scacchiere occidentale, fra Soissons e Craonne, la grande offensiva di primavera, il Comando Supremo italiano decise di appoggiarla indirettamente, attaccando lungo tutto il fronte isontino. L’azione si sviluppò dal 12 al 28 maggio, dando vita alla 10a battaglia combattuta sull’Isonzo.


I due Corpi della 2a Armata attaccarono il Kuk, il Vodice e il Monte Santo. La lotta si protrasse sino al giorno 22 e si concluse con l’occupazione dei primi due monti e delle pendici del terzo. Attratte in tale direzione le riserve austriache, la 3a Armata iniziò, il giorno 23, un violento attacco da Castagnevizza al mare. Riuscì a portarsi fin oltre la linea di Flondar, ma il giorno 28 l’azione si esaurì. (click per la fonte).

 

foto presa prima dell'assalto al monte Vodice

 
Nello stesso numero del 10 giugno possiamo trovare questa interessante vignetta.
Non è una pubblicità ma ci racconta dell'effetto dei razionamenti che di conseguenza faceva lievitare i prezzi al consumo. Le difficoltà più grandi riguardarono la farina, la carne e lo zucchero. Click per la fonte.

Per gli appassionati di caffè citiamo il "Caffè purissimo di Moka" che ovviamente nulla c'entra con la celeberrima caffettiera ma si riferiva alla città yemenita.

La "falsa pubblicità" sarebbe efficace ancor'oggi:
"il più simpatico,
non problematico
caffè aromatico
si beve qui"

La macchina ricorda quella di Moriondo nella cupola superione, ma il gruppo di estrazione è di qualche altra marca. Spero che qualche esperto possa aiutarmi ad identificarla.
il 15 luglio 1917, sul n°186
 Un'altra pubblicità interessante è questa a firma di Carlin (Carlo Bergoglio - click sul link) nella quale vediamo un orso intento a scappare con sci ai piedi e pipa in bocca per mettere in salvo la sua amata caffettiera Orso.
Notiamo il fornello più alto del dovuto ed una quadrettatura della caldaia per rendere l'idea del rame (non potendo utilizzare sfumature).
 
il 12 agosto 1917, sul n°190
 Come già visto poco fa si ritorna sul razionamento, arrivato perfino in Paradiso.
Pensare di bere in quegli anni un caffè espresso senza zucchero probabilmente era una vera eresia!
 
il 26 agosto 1917, sul n°192


 Questa pubblicità si riferisce certamente all'undicesima battaglia dell'Isonzo del 17 agosto (click per la fonte).
In quell'occasione memorabile fu la conquista del monte San Gabriele ad opera del primo reparto d'assalto italiano, gli Arditi. (click per la fonte)
 




E' l'unica pubblicità dell'Aquilas presente in questa raccolta, ed un motivo c'è.
L'Aquilas era la caffettiera prodotta dalla ditta "Fratelli Santini", da non confondersi con la ditta "Figli di Silvio Santini".
L'errore è evidente in questo caso, era come attribuire la "500" alla Alfa Romeo!
Già mi immagino l'indignazione in quel di Ferrara dopo la pubblicazione: "mai più con quella rivistaccia!!!"


 
il 9 settembre 1917, sul n°194
 
 Questa inserzione non presenta grosse novità, permane comunque lo sfruttamento del clichè già pronto, come per la seguente:
 
il 16 settembre 1917, sul n°195


 
il 7 ottobre 1917, sul n°198
 In questo caso viene affrontata la "tragedia"del consumatore di caffè: l'estenuante ricerca (ahimè invano) di un sapore simile al meraviglioso profumo che si sprigiona durante la tostatura o la macinatura stessa.
 
il 7 ottobre 1917, sul n°198
 "Parla il nonno", tre giorni prima di una leggera azione Tedesco-Austriaca atta ad alleggerire la pressione sul fronte dell'Hermada nei pressi di Trieste.
Azione ben nota anche dai Generali italiani che da mesi stavano preparando una "trappola ben congegnata"..
Molto acuta è l'analisi di Lorenzo Del Boca, giornalista e saggista, autore del “Maledetto libro di storia che la tua scuola non ti farebbe mai leggere”.
Del Boca spiega: “E’ una sconfitta che fa vergogna perché è la battaglia che ha messo l’aggredito cioè l’esercito italiano nelle condizioni di conoscere con enorme puntualità quali erano i piani degli avversari. E mai è successo nella storia che uno dei due elementi in causa conoscesse nel dettaglio i piani dell’avversario. Però Cadorna non ci credeva, perché lui al posto degli austriaci quell’operazione non l’avrebbe fatta. Questo è bastato perché tutti si conformassero, e quindi tutti hanno parlato di pseudo avanzata, pseudo iniziativa, sminuendo le informazioni che venivano dai disertori e dal servizio di intelligence. Le cose che potevano bloccare sono state subite, e noi abbiamo ancora piazzale Cadorna eccetera, e non riusciamo a fare giustizia. Ci sono dei responsabili; uno è Cadorna, un altro è Badoglio che era il comandante dell’artiglieria ma dette ordine di non sparare. Il comandante dell’artiglieria si chiamava colonnello Alfredo Cannoniere. Quando venne interrogato dalla commissione d’inchiesta fece vedere l’ordine di servizio dove c’era scritto di non sparare, perché l’ordine doveva darlo Badoglio, che era andato a dormire tre chilometri dietro, e nel disastro della battaglia quei tre chilometri non riuscì a percorrerli. Se la giustizia storica avesse messo un punto, forse avremmo evitato l’8 settembre del 1943 quando Badoglio rifece esattamente la stessa cosa”.


Di certo il siluramento di Cadorna, spigoloso cattolico,  tornò utile ai veri colpevoli di Caporetto, in primis a Pietro Badoglio, devoto massone. Sull’argomento Graziano ha preferito sorvolare accennando soltanto che «la commissione d’inchiesta fu severa con tutti tranne lui». Evidentemente il generale, uomo colto e profondo, non ha ritenuto necessario riaprire una pagina dolente per l’Istituzione militare. Comprensibile. Va però rammentato che quella notte maledetta il "callido marchese del Sabotino" — Badoglio era affamato di titoli e riconoscimenti — si “dimenticò”, dal comodo letto nelle retrovie, di ordinare ai suoi ottocento cannoni di sparare. Il silenzio di Caporetto.

Travolto dalla ritirata, Badoglio rimase per ore introvabile, irreperibile al punto che i suoi sottoposti chiesero al roccioso generale Caviglia — il vero eroe di quella tragedia — di essere incorporati nelle sue truppe. Fecero bene. Il fuggitivo era in altre cose affaccendato. Da subito — come ricorda Domenico Quirico nel suo “Generali” (Neri Pozza) — il futuro duca di Addis Abeba s’impegnò «a scatenare i talenti dei suoi protettori massonici: emerse da quei negoziati, invece che con a condanna alla fucilazione alla schiena, con a carica di sottocapo allo Stato Maggiore».
Una tragicommedia che Mussolini, una volta al potere, pensò d’utilizzare a suo vantaggio. Nella testa machiavellica del duce i dossier secretati erano un’arma micidiale per piegare Badoglio ai suoi voleri. Un’illusione, il maramaldo era cortigiano perfetto — durante il regime divenne miliardario — ma anche un personaggio infido e pronto a tradire qualsiasi padrone. Non pago di Caporetto, Badoglio fu il regista della vera, terribile e totale disfatta dell’Italia. L’8 settembre 1943, la data del disonore.
 
il 4 novembre 1917, sul n°202
 Pochi giorni prima dell'esonero del Generale Cadorna, quasi a presagire l'arrivo del "nuovo" (il Generale Diaz), la buona fantesca getta via le vecchie caffettiere (orrore e delitto collezionistico!!!).
 Lo sguardo di disprezzo verso il "vecchiume" non lascia alcun dubbio.
 
il 18 novembre 1917, sul n°204
 Fate caso al viso del soldato italiano: triste, dimesso, sofferente, forse rassegnato. Le accuse di codardia mosse da Cadorna e altri Ufficiali per scaricare le loro responsabilità ne hanno minato la volontà di combattere.
Solo un buon caffè preparato con la caffettiera Orso potrà aiutarlo. 
 
il 2 dicembre 1917, sul n°206
 Anche in questa pubblicità di Eugenio Colmo (Golia, click sul link) possiamo notare la disperazione che si viveva in quei giorni: ad un passo dalla (presunta) vittoria, gli italiani si trovarono in preda alla costante paura di un invasione nemica al di là della linea naturale del Piave.
Alla nobildonna lasciata al freddo (il carbone era diventato merce rara) e privata della servitù impegnata al fronte non rimane altra scelta che prepararsi (da sola,con le sue delicatissime manine!) un caffè con la amata caffettiera Orso.
Tutto il tono scherzoso ed umoristico della rivista si è ridotto drasticamente: ridotte le pagine stampate, ridotte le vignette spesso censurate o auto censurate, il clima di pesantezza e preoccupazione generale è palpabile.


il 16 dicembre 1917, sul n°208
 Ultima inserzione originale dell'anno 2017: tutto è perduto o quasi. La speranza rimane aggrappata ad una caffettiera Orso, baluardo dell'ingegno italiano contro l'impeto nemico.
 
Il 4 novembre 1918 terminò questa assurda guerra.
Per i meno informati l'esercito Austoungarico non fu sconfitto, non ci fu nessuna Vittoria Italiana. Anche in questo caso Badoglio (sempre lui!) ci mise lo zampino.

"Sin dal 29 ottobre gli austriaci avevano chiesto l’apertura immediata per la cessazione delle ostilità. Subito, dall’inizio delle trattative a Villa Giusti, gli austriaci si dissero disponibili alla resa incondizionata. Il 3 novembre il generale austriaco Viktor Weber von Webenau annunciò che il suo esercito aveva deposto le armi, ma Badoglio, che capeggiava la delegazione italiana, fu irremovibile: la firma della cessazione delle ostilità sarebbe avvenuta solo il 4 novembre. Webenau scrive: «Le operazioni militari non possono essere arrestate da alcuna nostra offerta e, quindi, neppure da una resa incondizionata, l’esercito italiano vuole entrare a Trento e Trieste come vincitore di una battaglia finale». Così accadde. Gli italiani assalirono l’esercito austroungarico oramai in fuga, e quella fu la «battaglia di Vittorio Veneto», località, che non a caso, prima non esisteva. Esistevano Ceneda e Serravalle che furono unite con un nuovo nome, appunto Vittorio Veneto". (click per la fonte

Per  un approfondimento consiglio la lettura di questo articolo riguardante "The legend of the Battle of Vittorio Veneto". (click sul link)


 Ringrazio di cuore Arnolfo e Giovanna per avermi dato l'opportunità di scoprire questi documenti rari e pregni di Storia ed emozioni.
 
 
 
 
 
 
 

Caffettiera Top Moka - test di estrazione (comparativo)

Giorni fa sono entrato in possesso momentaneo di una bella caffettiera Top Moka. Diciamo che l'ho presa in prestito da mia sorella, ...