domenica 16 maggio 2010

Gaggia Gilda (1956)



Ed ecco a voi la Gilda 2° serie, una splendida macchina da 23.000 lire!
323 euro dei giorni nostri ben spesi, per portarsi a casa la possibilità di  bersi un vero infuso di caffè idrocompresso, quasi come al bar.
La forma della Gilda fu evidentemente influenzata dal periodo nel quale nacque: la "space age" o "atomic era".

Casalinghe, pin up... razzi spaziali ,satelliti...
.... un connubio esplosivo che permise alla Gaggia di vendere un gran bel numero di macchine.
Successivamente la bakelite rossa diventò nera e lo scudetto in metallo fu sostituito da un'applicazione di vernice nera.

La macchina fu ribattezzata "la Gaggia ad orecchie di coniglio" a causa delle caratteristiche leve ripiegabili, fatte in tal guisa per contenere gli ingombri.

Mi ero ripromesso di fare un post degno di una delle più belle macchine a leva mai prodotte, e lo farò.
Ma ho dovuto raccogliere la sfida di un amico: "scommetto che con questa non lo farai il caffè ! "
Perchè no?

La macchina qui fotografata è in buone condizioni, mediamente usata , e già oggetto di manutenzione una trentina di anni fa.
Chi volesse effettuare un rapido restauro potrà rimuovere i 2 perni delle leve e le viti di bloccaggio del gruppo pistone. Nessuna paura, la molla non vi centrerà un occhio con il classico "SBOING" dei fumetti.

La sostituzione dell'unica guarnizione è incredibilmente semplice: vite, rondella, guarnizione.
Nessuno sclero per infilarla nella cava del pistone.
Tempo medio per l'operazione : 2 minuti.

Qui sotto si possono notare gli anelli seeger in luogo di quelli a forchetta dei modelli successivi.
La forza da applicare sulle leve è veramente a livello delle corna del toro del luna park, oggetto cult tra i giovani bulletti degli ultimi 40 anni.
Mia figlia non ce l'ha fatta a smuoverle, mi chiedo se l'elegante miss della foto iniziale ci sarebbe mai riuscita.

E per concludere... 
Ecco la crema di caffè.
Già al secondo tentativo era di gran lunga superiore a quella della Pavoni.
Corposa, profumata, ottima!


Almeno per questa volta,
la gallina vecchia ha fatto un buon brodo (di caffè).

lunedì 10 maggio 2010

La Victoria Arduino Tipo Famiglia (seconda versione)

Tutti i collezionisti hanno almeno una decina (se non di più...) di sogni proibiti.
Ma i sogni, se vogliamo credere a certe filosofie di pensiero , si possono avverare: basta volerlo.
Ed io «Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli», come il buon Vittorio Alfieri.
La Tipo Famiglia nella sua seconda versione è indubbiamente l'apice assoluto dell'arte e dell'architettura fascista applicata ad una macchina da caffè casalinga.
Se la prima versione era nata con uno stile spiccatamente Art Decò (la macchina è del 1920) , successivamente con piccole modifiche estetiche venne eliminato il meraviglioso scudetto smaltato, sostituito da uno ben più sobrio ma in linea con le tendenze degli anni '30.
Anche la nickelatura fu rimpiazzata da una sfavillante e più maschia cromatura.
Due tocchi di magia.



Ogni singolo particolare dimostra che la macchina non venne costruita pensando al risparmio, ma piuttosto fu una diretta emanazione (come vedremo più avanti) delle macchine da bar dalle quali discendeva concettualmente.



Grande, pesante, altezzosa!
Il turbinìo di emozioni che questo italico gioiello regala non sono certamente "democratiche":
nel 1923 il Duce proclamava che...
...la democrazia  ha tolto lo «stile» alla vita del popolo. Il fascismo riporta lo «stile» nella vita del popolo: cioè una linea di condotta; cioè il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico; insomma, tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini.


E di vero stile la Victoria Arduino ne è pregna.
Un capitello in metallo, uno status symbol della nuova oligarchia del Ventennio.


Ma quanti di voi, attuali o futuri possessori di codesta macchina, si cimenteranno nel suo restauro o ripristino ?
Per quei pochi voglio regalare qualche immagine che sarà di sicuro aiuto.


Le viti, la spina del tappo, i dadi; tutto si può rimuovere con disarmante facilità.
Qui sopra possiamo notare il dado di bloccaggio inferiore e la guarnizione che con ogni probabilità è in fibra di amianto.
Svitato il dado e le viti sul mantello, si può rimuovere la base in ghisa.
L'isolamento elettrico è come sempre dato dalla "pastina" in ceramica.
Purtroppo un cavo era parzialmente scoperto e mandava il tutto in corto circuito.


Un tubicino in silicone ed un pò di nastro adesivo hanno risolto il problema.


L'aquila della Victoria Arduino è quindi pronta per prendere il volo ma manca un particolare:
come funziona?
Sul tappo superiore c'è indicato nel senso della rotazione "acqua" e "vapore".
Ma non ci sono lance a vapore per il cappuccino...

Il brevetto in questo caso mi è stato di grande aiuto: la macchina lavora similmente a quelle da bar anni '30,
quindi il vapore, attraverso l'asta -otturatore collegata al tappo trova sfogo proprio attraverso il caffè macinato (che eresia, con il senno di poi...).
Non appena il vapore esce dal beccuccio erogatore, si può aprire la valvola e l'acqua premuta dal vapore viene spinta con forza attraverso il caffè.
Una volta ottenuta la quantità di caffè desiderata si scollega la spina elettrica e si chiude la valvola, permettendo al vapore di passare nuovamente attraverso il macinato, per "asciugarlo".

E stamattina... Vola! Possente aquila! Riprendi vita!
Il dottor Frankenlux ha colpito ancora...
"Da quel fatale giorno in cui fetidi pezzi di melma fuoriuscirono dalle acque ed urlarono alle fredde stelle: "io sono l'uomo" il nostro grande terrore è stato sempre la conoscenza della nostra mortalità, da stanotte lanceremo il guanto della scienza contro lo spaventoso volto della morte stessa, stanotte noi ascenderemo nell'alto dei cieli, sfideremo il terremoto, comanderemo il tuono, e penetreremo fino nel grembo dell'impervia natura che ci circonda."
 




Mondial Express Caffè (grazie Marco!)



Il mondo variopinto delle caffettiere non è fatto di soli pezzi "museali" , ma anche di piccole e
poco valutate macchinine, che però fanno la gioia di qualche collezionista "alternativo".


Questa macchina da 3 tazze l'ho vista spesso nei siti d'aste austriaci ed a prima vista sembrerebbe un clone della moka Bialetti.


Ma una volta aperta ecco la sorpresa: la macchina è in fusione monoblocco, ed il filtro si avvita all'interno con un sistema identico a quello della Irmel di Crusinallo.
Poco importa se non ci sono marchi o se non vale più di 3 euro... 
Mi piace, è buffa, e rimarrà sempre legata a dei bellissimi ricordi di 
"un tranquillo week end di paura" , a lieto fine per fortuna!


Aggiornamento del 15.05.2010:
Marco mi ha inviato le foto della stessa macchina, compreso il marchio.
Che gioia conoscere il nome di una macchina, grazie ancora.

Trimel


A cavallo tra gli anni '50 e gli anni '60 ci fu in Italia un vero e proprio boom nella creazione dei modelli più fantasiosi e disparati di macchine da caffè.
Il motivo va probabilmente ricercato nel fatto che le disponibilità economiche delle famiglie erano rapidamente aumentate grazie al miracolo economico e che il caffè era diventato un rito quotidiano quasi obbligatorio.


La caffettiera Trimel fu il tentativo, secondo me, di spezzare il duopolio dell'Atomic e della Vesuviana.
Concetto simile, ma con delle particolarità costruttive degne di nota.
Costruita a Torino dalle Fonderie Ruffini (Mokita ed altre), venne prodotta in migliaia di esemplari, e con un pò di fortuna se ne può trovare ancora qualcuna in buone condizioni.


Il manico in bakelite funge da tappo ed è provvisto di una valvola di sicurezza.
La sua forma ergonomica caratterizza la macchina; geniale l'unghia d'appoggio per il dito pollice! 
I filtri in dotazione erano tre, e ciò rendevano la macchina estremamente versatile.
Già immagino la pubblicità dell'epoca: "costa un pò di più ma sempre meno di tre moke...".


La boccia sagomata raccogli caffè si incastra lungo le due alette poste sulla caldaia.


I filtri sono fatti con una lega strana, a base di alluminio, ma più resistenti.
I forellini sono molto sottili, adatti all'utilizzo con caffè macinato sottile.


Una volta ottenuto il caffè lo si versava direttamente nelle tazzine, saltando il passaggio più coreografico del bricco amovibile delle dirette concorrenti.


In queste 2 ultime foto possiamo ammirare dei piccoli ma significativi particolari: 
la costa di rinforzo posteriore della caldaia, ed il sistema di aggancio del manico-tappo.
Splendidi e geniali, come tutta la Trimel.

Ma il caffè...? Come viene..?
Questa è una nota dolente.
Sarà che in questo periodo ho troppi "cantieri aperti" , ma il test è stato un insuccesso.
Tenterò di nuovo però, ogni mia macchina deve dare il meglio di sè stessa!

Per chi fosse interessato a breve inserirò nella sezione "compravendita di macchine da caffè" altre 2 Trimel che un amico mi ha chiesto di vendere.

martedì 4 maggio 2010

La Kicca Guinzio Rossi


Il 31 agosto 1966 il signor Salvatore Sanvitale depositò il brevetto italiano 775776 relativo ad una "caffettiera ad uso famiglia".
La macchina, innovativa, rivoluzionaria, in un mondo dove tutti copiano tutto, fu e rimase unica nel suo genere.


Semplicità. 
Questo fu sicuramente il credo del signor Sanvitale, l'ennesimo genio italiano capace di spaziare dalle catene da neve, alle pompe a coclea, dalle biciclette futuristiche agli antifurto per automobili, e persino ai generatori di corrente sfruttanti le onde marine.
Il Signor Salvatore non potrà essere orgoglioso di questo mio post;
oggi ho scoperto che da qualche anno porta avanti i suoi meravigliosi progetti nel paradiso degli inventori.


Tre parti.
Nessuna guarnizione.
Nessun'altro sarebbe stato in grado di immaginare un qualcosa di simile.


L'idea e la sfida fu raccolta e sviluppata dalla fonderia Guinzio Rossi di Torino.
Il coperchio, vero anello debole in quanto in plastica "semi resistente al calore", fu l'elemento di maggior richiamo in quanto prodotto in svariati colori; rosso, giallo, verde, blu, e sembra anche in violetto.


La forma esterna, col senno di poi , sarebbe potuta essere un pò più attraente, ma negli anni '70 si era un pò persa quella ricerca del particolare per far posto al pragmatismo spinto.


Ma come funziona ?
Il bicchiere va riempito come un normalissimo bicchiere...


... quindi lo si inserisce nella macchina rovesciata...
...e si ruota il tutto rapidamente...
Magia! l'acqua rimane intrappolata all'interno...


Quindi si riempie di caffè lo spazio libero creatosi sopra al bicchiere...
Si aggancia il coperchio - filtro con un terzo di giro... 
fine delle operazioni!


I canonici 5 - 6 minuti, ed ecco fuoriuscire il nero nettare... tutto grazie ad un'idea fantastica.

Grazie ancora signor Salvatore,  oggi mi sono commosso, e spero che da lassù anche lei abbia sorriso assieme a me mentre scattavo queste foto.


Un ringraziamento speciale va al mio amico Andrea, che mi ha voluto donare a tutti i costi questo raro gioiello.

Niki Express



Altro oggetto del desiderio di tutti i collezionisti di piccole caffettiere, dopo lunghe ricerche anche la Niki ha preso la strada del nord-est.


A me è sempre piaciuta per la sua coraggiosa diversità, per questa assurda forma che potrebbe richiamare uno spremi patate oppure una grattugia per il pane.
Di sicuro la potremmo definire una caffettiera antiscivolo.


La macchina è perfino dotata dell'introvabile tappino in ottone che consentiva l'eventuale erogazione in una singola tazza.


Interessante è la fresatura all'interno della caldaia che indicava la quantità d'acqua per una singola tazzina di caffè.

 

sabato 1 maggio 2010

Sembra facile... una piccola considerazione


Dal Blog di Beppe Grillo :
L'omino con i baffi trasloca in Romania. Moka rumena. La Bialetti chiude gli stabilimenti di Crusinallo in Piemonte aperti nel 1919. I 120 dipendenti andranno in mobilità, l'anticamera del licenziamento. L'azienda si sposta dove il lavoro costa meno e, nel farlo, raggiunge migliaia di fabbriche italiane sovvenzionate con i soldi della UE. In realtà soldi nostri versati alla UE e trasferiti ai nuovi Paesi entrati nella Comunità per facilitarne lo sviluppo. I nostri imprenditori vanno là dove batte il portafoglio. Sovvenzionati dalla UE con le nostre tasse: circa 12/13 miliardi di contributi UE annui, di cui ci viene restituito il 60/70% con il risultato di mettere gli operai italiani in mezzo a una strada. Una follia economica che nessun partito condanna, chissà perché. Oltre al danno, arriva puntuale come una firma di Napolitano, anche la beffa. Infatti, le imprese che spostano la produzione quasi sempre vendono comunque il prodotto con il marchio "Made in Italy". Bisogna incentivare le aziende italiane a rimanere in Italia e proibire l'uso del Made in Italy a chi sposta la produzione all'estero.


Sembra che la colpa sia delle capsule Nespresso... 
Nessuno vuole più usare la moka....
La gente vuole le cose facili, veloci e che non sporcano.

Bene...
Facciamo 2 conti in tasca ai fortunati possessori delle macchine a cialda o di quelle a capsule:
Immaginiamo di essere una coppia e di bere 2 caffè a testa al giorno per un mese:
  • Con la Moka si spendono circa  9 euro
  • Con le macchine espresso tipo la mia amata Elektra o la Pavoni si spendono circa 14 euro
  • Con le macchine a cialde si spendono circa 33 euro
  • Con le macchine a capsule si spendono circa 45-50 euro

Ci sono tante cose che vorrei dire, ma non posso ricevere più di una querela al mese.
Quindi..
Egregi bevitori di caffè a capsule...
Complimenti per la scelta oculata! 
Tranquilli, poi il bruciore passa, dopo qualche anno.

Il collezionismo malato

Negli ultimi mesi mi è successo per ben tre volte: mi aggiudico un asta, oppure trovo su un sito di vendita un vero affare e attivo la proce...